Sangalli: “Un nuovo lockdown sarebbe una catastrofe”

Intervista sul Mattino del presidente di Confcommercio. “Non possiamo permetterci nuovi stop”. “Tante imprese hanno già chiuso”. 

Lo aveva già fatto ieri sul Qn e lo ha ribadito anche oggi dalle pagine del Mattino: secondo il presidente di Confcommercio un nuovo eventuale lockdown, “sarebbe una catastrofe”. “Abbiamo già perso 116 miliardi di consumi”.

Presidente Sangalli, si torna a parlare di lockdown per fermare la seconda ondata del contagio. Che ne pensa?

“Sarebbe una catastrofe – risponde Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio Imprese per l’Italia – con un costo economico e sociale davvero insostenibile da parte di un Paese che, secondo la Nota di aggiornamento al Def, chiuderà l’anno con un Pil in calo del 9%. Ma che potrebbe anche peggiorare nell’ipotesi di uno scenario epidemiologico avverso con la reintroduzione di misure precauzionali, sia pure meno drastiche di quelle della scorsa primavera. Non possiamo permettercelo”.

Che bisogna fare, allora?

“Serve un impegno da parte di tutti per scongiurare questo rischio. Ma soprattutto servono dialogo e collaborazione stretta con il governo perché ci vogliono regole, protocolli e controlli il più possibile efficaci ed equilibrati per tenere insieme salute pubblica e ripresa economica”.

Intanto il 2020 del commercio si chiuderà su valori economici e sociali già adesso molto pesanti. Che previsioni avete fatto?

“Ci sono intere filiere, soprattutto quella del turismo, che hanno azzerato i loro fatturati e moltissime imprese del commercio al dettaglio hanno già chiuso definitivamente l’attività. Ma ci sono anche tante imprese che ancora oggi – tra difficoltà di accesso al credito, calo dei – consumi e un futuro molto incerto – rischiano di chiudere, con inevitabili ripercussioni anche per l’occupazione. Le conseguenze di un eventuale, nuovo lockdown sul sistema di imprese, soprattutto quelle del commercio e dei servizi, sarebbero talmente gravi che nessun istituto di ricerca economica prende seriamente in considerazione quest’ipotesi Detto questo, in assenza di ulteriori peggioramenti della situazione sanitaria, il 2020 dovrebbe chiudersi, secondo il nostro Ufficio Studi, con una riduzione del Pil del 9,3% e 116 miliardi di consumi in meno”.

Ma le misure del governo sono sufficienti per le esigenze di liquidità delle imprese?

“Nonostante l’intervento del Fondo di garanzia per le pmi abbia garantito da marzo ad oggi oltre 900mila operazioni fino a 30mila euro per un finanziamento complessivo di oltre 18 miliardi di euro, sono ancora tantissime le imprese- circa 290mila – che non hanno ottenuto il credito richiesto e che quindi continuano ad essere in crisi di liquidità. Per questo è prioritario rafforzare ulteriormente l’azione del Fondo centrale di garanzia e valorizzare il ruolo dei Confidi promossi dalle associazioni di categoria“.

E per questo che l’allarme usura, da voi appena lanciato, appare piuttosto credibile oltre che preoccupante?

“Purtroppo, la crisi economica provocata dall’emergenza sanitaria sta mettendo a durissima prova il mondo imprenditoriale, sempre più fragile ed esposto ai fenomeni criminali. Soprattutto l’usura, che cresce sensibilmente tra le imprese del terziario, è un pericolo reale che va affrontato con aiuti efficaci. Penso, in particolare ad ampie moratorie fiscali e dei prestiti bancari e a più indennizzi a fondo perduto per ridare ossigeno alle imprese”.

Pensa che il Recovery Fund dovrebbe essere utilizzato per sostenere anche il suo settore?

“C’è ancora necessità di risposte urgenti per le emergenze aperte. Servono dunque indennizzi, moratorie fiscali e creditizie, ammortizzatori. Ma occorre anche costruire un ritorno alla crescita stabile e robusto. Per questo bisogna mettere a frutto l’opportunità degli ingenti fondi europei. Ciò significa tenere insieme investimenti e riforme guardando al futuro del Paese e delle sue generazioni più giovani. L’economia dei servizi – dunque, commercio, turismo, trasporti e servizi alle imprese e alle persone – offre straordinarie opportunità per far sì che la leva del Recovery Fund sia effettivamente colta”.

Passa sempre per il Mezzogiorno la strada della ripresa del Paese o avverte dubbi e ripensamenti?

“Il Covid ha probabilmente contribuito ad allargare ulteriormente i divari strutturali tra Nord e Sud. Un dato su tutti: negli ultimi dieci anni, il Sud ha perso oltre dieci punti percentuali di consumi, mentre il Nord ne ha guadagnati quasi tre. Nella premessa alla Nota di aggiornamento al Def, il ministro Gualtieri dice della particolare attenzione che verrà riservata dal Piano nazionale per la ripresa e la resilienza alla coesione territoriale, in termini di fiscalità di vantaggio, di investimenti infrastrutturali e di rafforzamento dei fattori abilitanti della crescita. Bene. Ma occorre – voglio sottolinearlo – che si metta in campo un approccio complessivo. Dunque, non solo decontribuzione di vantaggio ma appunto investimenti e riforme. A partire dal rafforzamento delle istituzioni, delle pubbliche amministrazioni e del capitale sociale”.

Intervista di Nando Santonastaso

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